DIALOGO CON L’INEFFABILE

di Tommaso Magalotti

 

Tra le diverse tematiche che caratterizzano l’opera di Leonardo Lucchi, c’è un “filone” importante che ha significato e significa tutt’ora un non poco in quel suo complesso universo di idee e di sensibilità, in quel suo sentirsi scultore, artista, e cioè uomo che attraverso la manipolazione della materia (argilla, cera, marmo, legno o bronzo che sia) riesce ad interpretare e dare forma concreta, visibile, ai profondi sentimenti dell’animo umano, a quegli impulsi interiori e creativi, alle più svariate e complesse emozioni magari dettate da un evento, producendo modelli figurativi capaci di dialogare (sottolineo quel “dialogare”) e di suscitare reazioni interpretative in chi li osserva. Intendo parlare dell’ “arte sacra” e cioè di quel “filone” che investe il rapporto tra l’uomo e Dio.

Nella tradizione della Chiesa - va chiarito - nessun oggetto è mai stato sacralizzato ma solo consacrato e cioè liberato dalla condizione profana. Allora va detto che per sua essenza il “sacro” cristiano si dà unicamente nel rapporto tra Dio e l’uomo. E siccome Dio è l’indescrivibile, l’imperscrutabile, ciò è stato possibile per il mistero dell’Incarnazione e cioè del Dio Gesù fattosi uomo: il Dio con noi.

Da questa possibilità, fin dai primi secoli del cristianesimo è sgorgato e continua a sgorgare quel fiume incommensurabile d’arte investita di un rapporto trascendente che ne determina il valore spirituale, e cioè la sua destinazione simbolica a rappresentare il congiungersi di natura e soprannatura, dell’uomo e del suo Dio.

Fin dalle origini il Cristianesimo si è espresso tangibilmente, visibilmente, e ha tentato di dare, attraverso gli artisti, un aspetto di bellezza al suo linguaggio.

 

Quando pensiamo a Leonardo Lucchi impegnato nell’ “arte sacra”, quanto ho appena espresso si fa presente nel suo operare anche se nella normalità di un lavoro apparente il tutto sembra dover rispondere più che altro a dei canoni estetici e di forma. In effetti l’artista - tra l’altro non sempre pienamente conscio dell’azione mediatica a cui è chiamato - genera il manufatto inculcandogli la sua tensione, facendolo uscire dalla pura strumentalità, per renderlo segno evocativo della spiritualità dell’uomo. Ecco allora che l’arte sacra cristiana diviene così elemento sacramentale di unione tra l’umano e il divino.

 

Giovanni XXIII nel maggio del ‘60 trattando il tema dell’arte così si espresse: “L’uomo che pensa, che agisce, che comanda, che soffre, che si esprime artisticamente, coglie qualche cosa di Dio, al quale per tanti titoli la nostra vita è collegata (...). Ogni aspirazione alla perfezione è una tendenza verso Dio”. E nel Magistero della Chiesa l’arte sacra non deve mai misconoscere la complessità del reale. E la bellezza che essa esprime deve avere - ciò è molto importante e in un certo qual senso determinante - note di oggettività per una comprensione e fruizione recepibili nell’area culturale in cui la stessa si colloca. Un linguaggio astratto, concettuale - tanto per intenderci - rimarrebbe un fatto personale dell’artista e non elemento mediatico e sociale quale deve essere tra Dio e il suo Popolo. E questo è un punto selettivo, ma cardine per il riconoscimento stesso dell’arte sacra.

Il pittore brianteo Piero Maggioni nel ‘64, commentando un suo lavoro affermava che “l’arte ci fa essere partecipi di Dio facendoci partecipi della sua creazione. E’ insieme cosmologia, cioè visione del mondo e antropologia, cioè concezione dell’uomo: è liturgia”. E recentemente Giovanni Paolo II nella lettera indirizzata agli artisti in occasione della Pasqua 1999 scriveva: “L’Artista divino, con amorevole condiscendenza, trasmette una scintilla della sua trascendente sapienza all’artista umano, chiamandolo a condividere la sua potenza creatrice“. Parole forti e profondissime, direi tanto chiare e sconvolgenti. Se ciò, dunque, avviene nell’arte quando questa non intenda essere devianza, trasgressione e misconoscimento del dialogo connaturale tra l’uomo e Dio, quello che io definirei miracolo è quanto più intrinsecamente vero nel momento in cui con le mani e l’intelligenza si modella quella materia che dovrà essere trasformata in icona del trascendente.

Ma non c’è solo questo: il rapporto non si apre unicamente tra l’artista e Dio, ma anche con la comunità che spesso si fa committenza in queste cose. E a questo proposito ci insegnano molto le tradizioni delle antiche comunità bizantine che hanno sempre accompagnato con la preghiera comunitaria il lavoro dell’artista (già di per sé preghiera) chiamato a dipingere l’icona. Significati profondi che si sono smarriti e che è necessario riscoprire e recuperare in qualche modo, per rendersi conto soprattutto oggi, nella confusione imperante e nei pseudo-dogmi dell’arte contemporanea, che cosa sia veramente l’“arte sacra”. E ciò per evitare falsi equivoci che circolano, purtroppo, anche tra uomini di Chiesa, magari poco preparati e alla mercé delle mode in nome di un falso progresso dell’arte.

Sull’asfalto di un marciapiede della mia città il 3 ottobre 1997 (me lo sono annotato) un barbone madonnaro aveva scritto con un gessetto: “L’Arte è dono della fede”. Vero! Ma ancor più vero quando questa tende a penetrare il mistero del rapporto tra uomo e Dio in cui il primo ha in Gesù Cristo l’icona del suo presente e del suo futuro.

 

Il mio incontro con l’arte di Leonardo Lucchi è lontano nel tempo. In quella giovinezza di entusiasmi, ardente di spinte ispiratrici, di sollecitazioni e di ricerca, un pezzo della sua arte sacra, a mio parere vera e forte, mi colpì: un Cristo risorto. In nuce era già presente tutta la forza vitale che, in seguito, sarebbe scaturita dal suo lavoro con espressioni di forte spessore. Era quello anche il punto fondante non solo della sua, ma di tutta l’arte sacra esprimibile. Infatti “Se Cristo non fosse risorto - ha scritto Paolo - vana sarebbe la nostra fede“. E quante volte Leonardo si è cimentato ed è ritornato su quel tema, quasi un leit motiv (ricordo tra l’altro uno studio-bozzetto per un ambone mai realizzato, costruito su quella pietra ribaltata con quel sudario abbandonato di cui ci narrano i Vangeli) per cercare di imprimervi la straordinaria potenza di un evento misterioso che ha stravolto la storia dell’umanità; che ha tolto l’uomo dalla sua solitudine disperante incoraggiandolo in un cammino impervio, certamente non privo di ostacoli e di difficoltà, ma che gli ha aperto il cuore alla grande speranza. Le gigantesche forme del Cristo Risorto da Leonardo modellate e tradotte in bronzo hanno varcato pure il mare e l’oceano per essere anche là, in una grande chiesa di Singapore - per citare un esempio concreto - segno di resurrezione e di speranza.

 

Fissati questi elementi portanti, l’ispirazione dilaga, i temi si moltiplicano, con disinvoltura direi, perché ormai è chiaro che tutto viene ricondotto a quell’unico vertice e sarà appassionante, attraverso i racconti evangelici andare alla scoperta della figura del Cristo per capirne, accolta la divinità, anche l’umanità mai disgiunta e in quella pienezza cogliere il senso di un amore infinito per l’uomo che lo porterà ad essere vittima cruenta sul più penalizzante dei patiboli: la croce.

 

Amo ricordare le “Vie Crucis” di Leonardo Lucchi nella loro freschezza costruttiva. In esse è evitata ogni dispersione decorativistica perché il tutto si incentri nel punto focale dell’avvenimento: tridimensioni efficaci che si staccano come da un candido foglio di spazio. E ti danno come il senso di un respiro che supera la tragicità dell’evento per aprire alla commozione interiore che non è altro se non il frutto di una presa di coscienza che un amore infinito ha avvolto la tua vita. Quattordici stazioni di dolore da percorrersi ogni volta in un costruendo che non è ripetitivo, semmai un approfondimento a cui si unisce una riflessione che accompagna l’emotività del momento, a cui si sommano le difficoltà tecniche delle materie di per sé amorfe ma che devono essere trasformate da una manualità professionale per diventare immagine, parola, comunicazione.

I crocefissi di Leonardo... piccoli, grandi... a seconda delle committenze, in cui il dolore si fa concretezza espressiva per dire tutto l’abbandono ma anche tutto l’amore di un’accettazione che travalica i confini del mondo.

Ce n’è dunque già abbastanza per dire che a questi temi così impegnativi molti altri se ne aggiungono a descrivere un percorso artistico fiorente di immaginazione in cui, percorrendo le pagine della Sacra Scrittura, vengono scanditi momenti forti della nostra storia redentrice talvolta con risvolti del tutto originali anche rispetto alla iconografia sacra esistente. E qui, sempre per rimanere in quella concretezza che è essenziale per rendersi credibili, mi piace ricordare quella statua in bronzo che sta a lato della chiesa cattedrale di Cesena. Un san Giovanni Battista in cui sono chiari gli elementi della sua vita di penitenza, ma colto nell’atteggiamento severo, quasi ad ammonire la città che lo ha sempre venerato ( forse troppo spesso con atteggiamento quasi pietistico o edulcorato da sagra) suo protettore, per cui da quel volto scavato dal digiuno e dal deserto e da quell’atteggiamento del braccio proteso verso la gente sembrano uscire quelle dure parole: “Convertitevi, fate penitenza. Già la scure è posta alla radice degli alberi. Ogni albero dunque che non dà buon frutto sarà tagliato e gettato nel fuoco. (...) Chi verrà dopo di me ha in mano il ventilabro, pulirà bene la sua aia, e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con fuoco inestinguibile.” (Matt.3). Questa scelta, pensata e operata da Leonardo Lucchi, nell’originalità espressiva, potrebbe già di per se stessa far capire l’opera mediatrice e profetica che è assegnata all’artista e pertanto l’importanza della sua realizzazione.

 

L’arte sacra, per sua natura, si fa occasione e veicolo di evangelizzazione tra la gente per dire ad anime sensibili, non distratte: rifletti, raccogli il messaggio e fanne luce per il tuo cammino. Ecco allora che un aiuto, a cominciare da Maria Madre del Cristo, viene dalla iconografia dei santi, di coloro cioè che con uno stile personale e irrepetibile si sono fatti interpreti, discepoli e imitatori del Cristo stesso.

 

Di Leonardo Lucchi sono oggi diverse le opere mariologiche uscite dalle sue mani che di Maria Santissima interpretano la vita, la santità, la maternità, l’intercessione, il patrocinio. Basta citare i cinque pannelli bronzei della “Via Mariae” che lo studioso francese Laurentin apprezzò con vivo compiacimento in Cattedrale quando furono esposte e che da anni accompagnano il pellegrino lungo il cammino dalla città di Cesena al santuario di Santa Maria del Monte. Un percorso di riflessione che va dalla maternità divina della Madonna nell’Annunciazione fino alla Mater Ecclesiae che si realizza a partire da quel momento straordinario che fu la Pentecoste.

E poi vengono i santi che vanno dal serafico S. Francesco in cui Leonardo coglie tutta la dolcezza di un gesto che significa tenerezza e amore per il creato, a Martino di Tours profondamente toccato dalla ignudità del povero che incontra sulla sua strada e da cui inizierà il suo cammino di santità, alla severità di Benedetto, a San Leonardo che fu sempre vicino ai galeotti soprattutto a quelli incatenati ai remi delle galee. Ma anche i santi dei giorni nostri come S.Pio da Pietrelcina, il beato Pio Campidelli, giovane passionista e don Carlo Baronio emblema della carità che nella sua città ha lasciato un ricordo indelebile reso oggi ancor più indelebile (mi si passi questa esuberanza lessicale) da un grande bronzo che rende viva nell’espressione e nel gesto paterno e amorevole quella carità-tenerezza che non può non ricordare quell’altra tenerezza, così marcatamente espressa nei Vangeli, di Gesù verso i bambini. Ecco come l’arte si fa veicolo di santità, si fa “sacra” nel senso più intimo del termine.

Sono, queste che ho ricordato, citazioni di opere realizzate da Leonardo Lucchi che hanno richiesto ogni volta studio, approfondimento e meditazione per coglierne possibilmente il più grosso spessore della santità insita nella singolarità e nell’originalità del vissuto non sempre di così facile lettura.

Arte sacra dunque “per offrire al culto il suo dono più puro e più pieno - come ha scritto Paolo VI (Insegnamenti V, 1967) - il dono del linguaggio ineffabile, che rende in qualche modo sensibili le cose spirituali, e le cose sensibili in qualche modo spirituali “.

 

A questo punto credo che gli elementi fin qui fissati siano più che sufficienti per introdurre un catalogo di immagini scelte che diano la misura e la qualità di un modo di operare e di interpretare una dimensione dell’arte, quella “sacra” appunto, che non sconfini nel banale snaturandosi di per se stessa.

 

Vorrei chiudere queste mie righe con alcune parole scritte da Carlo Chenis, uno dei più profondi conoscitori in fatto di arte sacra, che suonano un po’ come monito nei confronti di chi arreda chiese e luoghi sacri con molta leggerezza e disinvoltura: “Il manufatto di serie plagia quella genialità che rende l’opera una species unica, rappresentativa irrepetibile di ogni soggetto e del dialogo sincero con l’interlocutore divino”.

 

Tommaso Magalotti