LUCCHI: L’INCANTO DELL’ORO

di Silvia Pichi

 

 

1997. Con un invito agli appassionati voluto “per renderli partecipi della sua nuova esperienza” quest’ anno segna l’inizio dell’attività orafa di Leonardo Lucchi.

La sua scelta si inserisce in un momento fondamentale della storia del gioiello d’arte nell’Italia del secondo Novecento quando già si stavano distinguendo quei due filoni che presto avremo scoperto complementari, profondamente caratterizzati da un dialogo proficuo e da un potenziale creativo eccezionale.

Gli esiti importanti raggiunti dagli “artisti orafi” - scultori, pittori e designer che nell’oreficeria sperimentavano soluzioni inedite sollecitate da “creatività altre” rispetto alla tradizionale pratica artigiana- si scoprivano in relazione dialettica con quanto proponevano gli “orafi artisti”, innovativi per le loro soluzioni strutturali e tecniche veicolate dall’intrinseca capacità di rispondere con la mano dell’orafo alle nuove esigenze formali ed espressive. In quegli anni la proposta di Leonardo Lucchi giunge come interpretazione profonda del linguaggio orafo da parte di un’artista che a pieno titolo sperimenta, con materiale e tecniche diverse, i temi più cari della sua ormai consolidata esperienza scultorea.

Il rischio di parlare di Lucchi orafo è quello di incorrere nella tentazione di paragonare la gioielleria alla scultura che lo ha reso artista noto, apprezzatissimo e ormai consacrato dalla critica come uno dei più importanti scultori contemporanei del panorama italiano. Non è detto che questo difficile compito richieda necessariamente di svincolarsi dalla sua arte plastica dal momento che costituisce il fulcro della produzione di Lucchi ma soprattutto per il fatto che la tecnica a fusione nell’oreficeria è di certo figlia della scultura in bronzo. Anche per questo non deve essere stato difficile per l’artista cesenate che nel bronzo dà il meglio di sé accettare la sfida quando, quasi per gioco ma con la determinatezza che lo contraddistingue, decide di dedicarsi all’oreficeria.

Ciò che colpisce immediatamente sin dai primi gioielli è la capacità di unire tecnica, stile, estetica e portabilità per assecondare il carattere di una nuova espressività artistica. In effetti per lo scultore approdare all’oreficeria spesso significa soddisfare la necessità di sperimentare una manualità più immediata di quella che propone il lavoro di grandi dimensioni o la curiosità di provare la propria ispirazione in un progetto miniaturizzato. Più che per il pittore o il designer, infatti, lo scultore mette in gioco il significato stesso dell’opera quando vive l’esperienza orafa come “piccola scultura”.

La spontaneità con cui Leonardo approda all’arte orafa si coglie subito sin dalle sue prime sperimentazioni tecniche quando l’artista modella ciò che gli “esce naturalmente dalle mani”. Ecco le teste di cavallo in oro che nel bronzo esprimono immediatamente la rapidità di esecuzione dell’artista perché quel soggetto fa talmente parte del suo universo interiore e artistico da essere modellato “quasi ad occhi chiusi”: così il primo soggetto a divenire gioiello è il cavallo. Il cavallo imbizzarrito e i cavalli affrontati memori delle leggi araldiche diventano collier o decorano bracciali. I cavalli al galoppo con il loro straordinario movimento, espresso nella foga o nell’armonia, sembrano correre intorno al collo di chi li indossa.

Il passo è breve e, dopo i cavalli con il fascino del loro “moto perpetuo”, l’oro vuole impossessarsi anche dei movimenti delle figure di bronzo, di marmo, di legno che animano il repertorio scultoreo di Lucchi.

La soluzione del girocollo semirigido che s’innesta sui piedi degli amanti li rende una sorta di equilibristi che chiudono il cerchio con i loro corpi così armoniosi nella sensualità e tenerezza del gesto d’amore. Proprio la luminosità dell’oro restituisce le forme duttili alla luce e il braccio dell’uomo sospeso nella carezza compendia quello della donna abbandonata a quell’attimo di intimità. Se nella collana i corpi degli amanti fanno parte con lo snodarsi dei gesti della struttura stessa dell’oggetto, nel bracciale l’artista tratta lo stesso soggetto facendo in modo che l’attenzione sia attirata immediatamente dall’atto della carezza. Diventa questo il culmine della composizione che costituisce l’ornato del gioiello tanto che, mentre il corpo della donna asseconda il bracciale quello dell’uomo non disdegna di essere appena abbozzato.

Un tema tanto ricorrente nell’opere scultoree di Leonardo è di certo il mondo dei bambini. Il momento del gioco, il girotondo, la cavallina, la ragazzetta che salta la corda diventano ispirazione per soluzioni nuove. Il girocollo si trasforma in uno scivolo e il decolté di una donna si scopre lo sfondo più naturale per far sgambettare le fanciulle con i capelli al vento.

Approdare all’oreficeria per Lucchi sembrava scritto nel suo destino. Era inevitabile che quel mondo femminile trovasse espressione in ciò che più di ogni altra cosa esprime la femminilità addosso ad una donna: il gioiello.

La linea e il movimento sono protagonisti. Il senso del riposo che trasmette la ragazza in amaca è percepibile solo nel gioiello portato. Il braccio abbandonato e la mano della donna contenuta nella pesantezza del corpo rilassato nell’amaca prosegue il giro del collo e sborda dalla linea della composizione.

Una mano che esce dall’asse della figura e compendia quella di un ciuffo di capelli o il movimento di un ginocchio che crea l’ombra per anticipare un gesto garantisce la rappresentazione di un sentimento risolto nella linea e nella luce. La luce in questo gioiello è quella naturale offerta dalla portabilità che esalta le superfici. Esse sono sempre “mosse”, non levigate perché il bagliore rinunci a scivolare per fermarsi sul modellato come nella scultura indugia sulle zigrinature del bronzo. Per questo spesso l’artista preferisce lasciare l’oro semilavorato, congeniale anche con il suo credo artistico fatto di figure in movimento, “sempre in divenire” come il divenire della vita che rappresenta.

Nel panorama contemporaneo dell’arte orafa, nei tre indirizzi di ricerca degli ultimi decenni con le microsculture degli artisti plastici, il gioiello dell’orafo rispettoso dei materiali e delle tecniche proprie dell’oreficeria, la progettualità costruttivistica e meccanicistica degli architetti designers oltre naturalmente alla produzione orafa industriale che in serie illimitata ripete stilemi classici e storicizzati a seconda della moda, l’interpretazione di Leonardo Lucchi si inserisce nella scelta fedele alla tradizione figurativa di Giacomo Manzù ed Emilio Greco.

Per questi artisti, attaccati alla propria ricerca nell’ambito del formale, accostarsi all’oreficeria è soprattutto capire un bisogno profondo e primordiale dell’uomo, quello di adornarsi. Un’ esperienza del tutto diversa dall’arte scultorea, carica di significati che investono la coscienza stessa dell’artista nel progettare e realizzare un oggetto destinato ad essere indossato.

Così Pietro Consagra confessa che “è stato bello rivedere un mio gioiello indossato da una signora mai vista prima. Amiche con i miei gioielli ne ho tante!” mentre Getulio Alviani scopriva il piacere di realizzare un prezioso “per metterlo o sulla pelle nuda o su qualcosa di non perturbato o perturbante”.

Per Leonardo Lucchi l’oreficeria, a differenza della scultura, ha un valore fondamentale perché “continua a vivere”. Mentre le sculture, dopo l’intenso colloquio con l’artista nel loro divenire, sembra che non gli appartengano più una volta collocate altrove perché il rapporto creativo appare concluso, il dialogo con il gioiello prosegue addosso alla donna che lo porta. Per questo esso continua a esistere regalando emozioni rinnovate quotidianamente grazie al linguaggio più antico del mondo, il linguaggio del corpo.

I gioielli di Lucchi intervengono direttamente sull’immagine femminile e nella loro singolare espressività affidano alla donna un messaggio preciso, la investono quasi di un compito e la rendono detentrice di una profonda carica emotiva, quella espressa dagli amanti, i cavalli, l’amaca, le bambine sullo scivolo, l’acrobata.

Un inventore di storie, Leonardo Lucchi, un artista che ama tradurre la sua inconfondibile interpretazione nell’istante di un gesto o nel soffio di un movimento, così crea un gioiello che rispecchia l’anima… L’aspirazione rimane quella di soddisfare una qualità alta nell’intento di fare di ogni gioiello un esempio perfetto della migliore arte orafa come nella concezione dei grandi del Rinascimento. Essi intendevano la lavorazione di oggetti preziosi come parte imprescindibile e necessaria di un’ arte più grande e universale, forma suprema di conoscenza del mondo e della sua bellezza. Un’aspirazione che nasce dalla personale spinta emotiva dell’artista e coinvolge nella soggettività dell’animo l’istintività dell’esistere nella forma più raffinata di elaborazione intellettuale.